01Il punto di partenza
L'approvazione della petizione è metà strada, non l'arrivo
Quando USCIS approva la petizione — l'I-130 del coniuge, l'I-140 del lavoratore — molte famiglie stappano la bottiglia sbagliata. L'approvazione dice soltanto che il rapporto esiste: coniuge, figlio, datore di lavoro. Il visto è un'altra pratica, davanti a un'altra amministrazione — il Dipartimento di Stato — con un altro fascicolo, altri requisiti e un altro esaminatore, che non è vincolato all'ottimismo di chi ha approvato la petizione. Il percorso che porta dall'approvazione al timbro sul passaporto si chiama consular processing, e per chi risiede in Italia finisce sempre nello stesso posto: il Consolato Generale degli Stati Uniti a Napoli, l'unico ufficio in Italia che tratta i visti immigranti, competente anche per San Marino, il Vaticano e Malta, e anche per i visti K dei fidanzati e per la lotteria DV.
Il percorso ha tre stazioni: il National Visa Center, il colloquio a Napoli, l'ingresso negli Stati Uniti. Ognuna ha i propri documenti, i propri tempi e i propri modi di incepparsi.
02La prima stazione
Il National Visa Center: la pratica diventa «documentarily complete»
Approvata la petizione, il fascicolo passa al National Visa Center, che assegna un numero di caso e apre la fase documentale, tutta online. Qui si pagano le tariffe, si compila la domanda di visto vera e propria — il modulo DS-260, che è una dichiarazione resa al governo americano: ogni risposta va trattata con la serietà di una deposizione, perché le incoerenze con ciò che si è dichiarato in passato, o si dichiarerà alla frontiera, non si cancellano — e si caricano i documenti civili. Per un richiedente italiano significa, in genere: passaporto, atti di nascita e di matrimonio in copia integrale, eventuali sentenze di divorzio, e i certificati penali — casellario giudiziale e carichi pendenti — che il consolato richiede per ogni richiedente adulto. Chi ha vissuto in altri Paesi deve procurarsi anche i certificati penali di quei Paesi: è la voce che più spesso allunga i tempi, e conviene avviarla per prima.
Nei casi familiari il fascicolo NVC contiene anche l'affidavit of support: con l'I-864 lo sponsor firma un contratto con il governo degli Stati Uniti, azionabile in giudizio, con cui si obbliga a mantenere l'immigrato sopra la soglia di legge (8 U.S.C. § 1183a). Non è un modulo di cortesia: l'obbligo sopravvive al divorzio e cessa solo nei casi previsti dalla legge, e quando il reddito dello sponsor non basta serve un co-sponsor che firmi lo stesso contratto. È il documento più sottovalutato dell'intera pratica: gli ho dedicato una pagina di questo sito.
Quando il NVC giudica il fascicolo completo — documentarily complete — la pratica entra in coda per il colloquio. Per le categorie a numero limitato la coda dipende anche dal Visa Bulletin e dalla data di priorità; per i familiari stretti di cittadini americani conta solo la capacità del consolato.
03Napoli
La visita medica, il colloquio, e i tre esiti possibili
Prima del colloquio c'è la visita medica, che non si fa dal proprio medico: la fanno solo i panel physicians autorizzati dal consolato, con le vaccinazioni richieste e lo screening previsto dalla legge. È la sede in cui riaffiorano le questioni sanitarie del § 212(a)(1) — compreso il colloquio sull'alcol per chi ha precedenti di guida in stato di ebbrezza, di cui si parla nell'analisi dei cinque reati italiani — e i suoi esiti hanno una validità limitata nel tempo: la visita si prenota in funzione del colloquio, non appena si può.
Il colloquio a Napoli è, nella maggior parte dei casi, più breve di quanto l'attesa faccia temere: il funzionario ha davanti un fascicolo già completo e verifica identità, documenti originali e le domande che il caso solleva. Gli esiti possibili sono tre. Il primo è l'approvazione: il passaporto resta al consolato e torna con il visto. Il secondo è il rifiuto ai sensi del § 221(g) con richiesta di documenti o «administrative processing»: formalmente è un diniego, nella sostanza una sospensione dai tempi imprevedibili, ed è materia della pagina dedicata. Il terzo è il diniego su un motivo di inammissibilità: lì la partita si sposta sui waiver, dove esistono.
Sul visto rilasciato c'è una data che comanda tutto il resto: il visto immigrante vale per il periodo fissato dal regolamento, che la legge limita a un massimo di sei mesi (8 U.S.C. § 1201(c)(1)), e in pratica è legato anche alla validità della visita medica. Entro quella finestra bisogna fare l'ingresso. È il vincolo attorno a cui si organizza il trasloco — non il contrario: chi vende la casa e saluta i colleghi prima del colloquio ha deciso che il consolato non può dire di no.
04L'ingresso
Il visto non è la green card — lo diventa alla frontiera
Il visto immigrante si «consuma» con il primo ingresso: è in quel momento, allo sportello del CBP, che la persona diventa residente permanente. Prima di partire va pagata online la immigrant fee di USCIS, che finanzia la produzione della carta; la green card fisica arriva per posta all'indirizzo americano indicato, nelle settimane successive, e nel frattempo il timbro d'ingresso sul passaporto vale come prova temporanea dello status. Un dettaglio che sorprende molte coppie: se al momento dell'ingresso il matrimonio ha meno di due anni, la residenza è condizionata per due anni, e andrà consolidata con una petizione congiunta prima della scadenza — un appuntamento da mettere in calendario il giorno stesso dell'arrivo.
05In pratica
I tempi si governano dalle scadenze, all'indietro
La pratica consolare si pianifica come un cantiere: dalle scadenze, all'indietro. I certificati penali e la visita medica hanno validità limitate, il visto ne ha una propria, e l'errore tipico è procurarsi tutto troppo presto — trovandosi con documenti scaduti al momento del colloquio — o troppo tardi, allungando la coda di mesi. La sequenza corretta: prima i documenti lenti (i certificati esteri, i divorzi da reperire), poi il fascicolo NVC completo, la medica solo a colloquio fissato, e nessuna decisione irreversibile — dimissioni, vendite, scuole — prima del visto in mano.
E quando è la pratica a fermarsi, non il richiedente — il NVC che non risponde, il colloquio che non viene fissato, l'administrative processing che non finisce — valgono gli strumenti delle pratiche ferme: anche il Dipartimento di Stato ha l'obbligo di decidere in un tempo ragionevole.
Il consular processing premia un solo talento: la pazienza organizzata. Ogni documento ha una scadenza, ogni fase una coda — e la pratica ben condotta è quella in cui nessuna delle due sorprende nessuno.
Approfondimenti collegati
Se la tua pratica è in viaggio verso Napoli — o ferma per strada — parlami del tuo caso.