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Il visto per nomadi digitali che non c'è

Oltre quaranta paesi hanno creato un visto per chi lavora da remoto per un datore di lavoro straniero — l'Italia compresa. Gli Stati Uniti no, e non per caso. Perché la categoria non esiste, perché a mio giudizio dovrebbe esistere, e che cosa la sostituisce oggi: una zona grigia che conviene conoscere prima di attraversarla.

01La domanda

Esiste un visto americano per nomadi digitali? No

La domanda arriva ormai ogni settimana, sempre nella stessa forma: lavoro da remoto per un'azienda italiana, o per clienti europei con la mia partita IVA — posso trasferirmi qualche mese negli Stati Uniti e continuare a lavorare da lì? La risposta secca è che non esiste alcuna categoria di visto pensata per questa figura. Il sistema americano conosce il turista, l'uomo d'affari in visita, lo studente, il lavoratore assunto da un datore americano, l'investitore, il trasferimento infragruppo: non conosce la persona che vive temporaneamente negli Stati Uniti lavorando per un'economia altrui.

Non è una lacuna che si possa colmare in via interpretativa. Le categorie di ingresso non-immigrante sono un elenco chiuso, scritto dal Congresso nella legge (8 U.S.C. § 1101(a)(15)): ogni lettera dell'elenco è un visto, e ciò che non rientra in una lettera non esiste. Nessun regolamento, nessun memo di policy, nessun consolato può crearne una nuova. È una differenza strutturale con l'Italia, dove — come si vedrà — è bastata una norma inserita in un decreto-legge e un decreto ministeriale attuativo.

Il risultato è un paradosso che questa pagina prende sul serio: il paese che ha inventato il lavoro remoto su larga scala, che esporta nomadi digitali in tutto il mondo e le cui piattaforme pagano gli stipendi di quel mondo, è uno dei pochi paesi occidentali in cui il nomade digitale, come categoria giuridica, non può entrare.

02Il confronto

Che cosa fa il resto del mondo — Italia in testa

Il primo visto nazionale per nomadi digitali è dell'Estonia, nel 2020. Nel giro di cinque anni lo hanno seguito, con varianti, oltre quaranta paesi: la Croazia, il Portogallo, la Spagna, la Grecia, gli Emirati, il Giappone, buona parte dell'America Latina. Il disegno è ovunque lo stesso, e la sua logica è il punto: si ammette una persona che porta reddito estero e lo spende nell'economia locale, a condizione che non entri nel mercato del lavoro locale. Le condizioni ricorrenti sono una soglia minima di reddito da fonte estera, un'assicurazione sanitaria, l'assenza di precedenti penali e una durata limitata e rinnovabile.

E poi c'è l'Italia. Dal 2022 il Testo unico dell'immigrazione prevede l'ingresso per i nomadi digitali e i lavoratori da remoto altamente qualificati — una nuova lettera dell'art. 27, cioè un ingresso fuori quota, fuori dal meccanismo del decreto flussi e dei click day — e dal 2024, con il decreto attuativo, la strada è operativa: soglia di reddito, assicurazione, disponibilità di un alloggio, un minimo di esperienza pregressa, permesso annuale rinnovabile, tanto per il dipendente di un'azienda estera quanto per il lavoratore autonomo. Sulla carta e nella prassi restano attriti, ma la categoria esiste, è legge, e un americano che lavora da remoto per la sua azienda di Denver può usarla per vivere un anno a Lecce.

Vale la pena fermarsi su questa asimmetria, perché è il cuore dell'argomento. L'americano ha un titolo legale per fare il nomade digitale in Italia. L'italiano che vuole fare esattamente la stessa cosa negli Stati Uniti non ha alcun titolo: ha l'ESTA del turista, novanta giorni, e una zona grigia. Non c'è reciprocità, e nessuno la negozia.

03Le ragioni

Perché gli Stati Uniti non ce l'hanno

La spiegazione pigra è «la politica migratoria americana è bloccata». È vera, ma non basta: vale la pena scomporre le ragioni, perché sono strutturali e non congiunturali.

Primo: serve il Congresso, e il Congresso non disegna categorie da vent'anni. Dove l'Italia ha aggiunto una lettera all'art. 27 con un decreto, negli Stati Uniti una nuova categoria di visto richiede una legge federale. L'ultima categoria non-immigrante nuova è la E-3 per i cittadini australiani, del 2005 — e nasceva da un accordo commerciale, non da un disegno di politica migratoria. Le ultime categorie pensate per la generalità dei richiedenti risalgono al 2000; una di quelle, la K-3 per i coniugi di cittadini americani, è oggi morta per prassi. Un sistema che lascia atrofizzare le categorie che ha non è un sistema che ne crea di nuove.

Secondo: la zona grigia assorbe la domanda, e quindi disinnesca la pressione. Chi vuole passare tre mesi a Miami lavorando da remoto per Milano, di fatto, spesso lo fa: entra con l'ESTA, apre il portatile, nessuno se ne accorge. La tolleranza di fatto verso il lavoro remoto accessorio durante un soggiorno da visitatore — di cui la pagina sul B-1/B-2 traccia i confini — funziona da valvola: toglie ai potenziali beneficiari ogni incentivo a chiedere una riforma, perché la versione breve e silenziosa del nomadismo digitale è già possibile. Restano scoperti proprio i casi che una categoria regolerebbe: chi vuole restare più di novanta giorni, chi vuole farlo alla luce del sole, chi non vuole mentire allo sportello.

Terzo: i beneficiari non votano e non hanno una lobby. Ogni categoria di visto americana esistente ha alle spalle un'industria che l'ha voluta e la difende: le aziende tecnologiche per l'H-1B, gli ospedali e le università per i J-1, gli investitori immobiliari per l'EB-5. Il visto del nomade digitale avvantaggia bar, affitti brevi e coworking di città che non sanno di essere una constituency, e persone che per definizione stanno all'estero. Nessuno paga il conto politico di proporlo.

Quarto: il federalismo fiscale complica ciò che altrove è semplice. I paesi che hanno il visto lo accompagnano spesso a un regime fiscale dedicato, deciso al centro. Negli Stati Uniti la presenza fisica prolungata produce residenza fiscale federale sul reddito mondiale in base al substantial presence test, e poi cinquanta stati fanno i loro conti. Un «visto per lavorare da remoto senza entrare nell'economia americana» richiederebbe di coordinare immigrazione e fisco su due livelli di governo: fattibile, ma è il tipo di lavoro legislativo fine che l'attuale Congresso non produce nemmeno nelle materie facili.

E sopra tutto questo, naturalmente, c'è il clima: da anni qualunque proposta che contenga la parola «visto» è radioattiva, in una direzione o nell'altra. Negli archivi del Congresso non risulta nemmeno un disegno di legge che abbia mai proposto la categoria. Non è mai stata bocciata: non è mai stata scritta.

04L'editoriale

Perché dovrebbero averlo

Qui la pagina cambia registro e lo dichiara: quella che segue è la mia opinione. La ritengo però un'opinione facile da difendere, perché il visto per nomadi digitali è — tra tutte le riforme migratorie possibili — quella col rapporto più favorevole tra beneficio e controversia.

L'obiezione classica a ogni apertura migratoria, la concorrenza sul lavoro, qui non esiste per costruzione: il nomade digitale è ammesso a condizione di non entrare nel mercato del lavoro locale. Porta domanda senza offrire concorrenza. È la ragione per cui quaranta paesi con politiche migratorie tra loro lontanissime — dal Giappone agli Emirati — sono arrivati alla stessa conclusione: è lo strumento con cui si importa spesa qualificata senza toccare l'occupazione.

Il secondo argomento è di igiene giuridica, ed è quello che da avvocato mi convince di più. Oggi il nomadismo digitale verso gli Stati Uniti esiste comunque: solo, vive in una zona grigia fatta di ESTA usati al limite, dichiarazioni reticenti allo sportello e telefoni che raccontano una storia diversa da quella dichiarata. La zona grigia produce esattamente i fascicoli che poi attraversano questo sito: dinieghi § 214(b), secondary inspection finite male, inammissibilità per falsa dichiarazione che durano per sempre. Una categoria regolata convertirebbe presenza opaca in presenza dichiarata, assicurata, tracciata e tassabile. Lo Stato che preferisce la finzione tollerata alla categoria onesta sceglie il peggio di entrambi i mondi.

Il terzo argomento è competitivo. I paesi che usano il visto da nomade lo trattano come l'imbocco di un imbuto: il nomade di quest'anno è il fondatore, l'investitore o il contribuente stabile di domani, e intanto ha scelto dove radicare consumi, relazioni e — spesso — la società che aprirà. Gli Stati Uniti restano la destinazione più desiderata del pianeta per questa popolazione e sono l'unico grande attore che non si è messo in fila per riceverla. Se l'attrattività americana è una risorsa strategica, lasciarla intermediare dalla zona grigia è un modo curioso di amministrarla.

Il visto per nomadi digitali è la rara riforma migratoria senza perdenti interni: il Congresso non l'ha mai respinta — non l'ha mai nemmeno scritta.

05Oggi

Che cosa esiste davvero, nel frattempo

Fino a quel giorno, chi vuole lavorare da remoto dagli Stati Uniti deve muoversi dentro le categorie che esistono, e conviene dire con precisione dove passano le linee.

La visita breve resta una visita. Lo status di visitatore — ESTA per novanta giorni o B-2 — presuppone un soggiorno temporaneo per turismo o affari, con residenza all'estero. Rispondere alle email del proprio datore di lavoro italiano durante una vacanza è, nella prassi, tollerato come attività accessoria; nessuna norma però lo trasforma in un diritto, e la valutazione resta nelle mani dell'ufficiale consolare o di frontiera. La linea che non va attraversata è quella dello scopo: quando il lavoro remoto smette di accompagnare la visita e diventa la ragione del soggiorno — ci si trasferisce per lavorare da lì — il quadro cambia, e i soggiorni lunghi, ripetuti o attrezzati (il contratto d'affitto, la postazione, la routine) lo dicono al posto tuo. Il confine analitico è trattato nella pagina sul B-1/B-2; che cosa può leggere l'ufficiale nel telefono, in quella sulla frontiera; che cosa costa sbagliare, in quella sull'ESTA usato per restare.

Per il datore americano non c'è scorciatoia. Se tra i clienti o dentro il gruppo c'è un soggetto americano che dirige e paga il lavoro, non si è nomadi: si è lavoratori, e servono le categorie vere — con i loro requisiti e i loro tempi.

Le strade vere per chi fa sul serio. Chi vuole spostare negli Stati Uniti non una vacanza ma il proprio lavoro ha davanti le categorie di sempre: l'E-2 per chi investe in un'attività reale — non la LLC di facciata, che non è un visto, ma un'impresa operativa; la L-1 per chi ha già una società all'estero e apre la filiale americana; l'O-1 per chi può documentare un profilo di vertice nel proprio campo. Sono percorsi più esigenti di un visto da nomade — ed è esattamente la misura di quanto quella categoria manchi.

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