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Vetting online: profili social, dispositivi e che cosa viene controllato

Dal 2019 il modulo chiede gli identificativi; dal 2025 il Dipartimento di Stato legge i profili e chiede di renderli pubblici, e nel 2026 l'elenco delle categorie si è allargato. Che cosa si controlla, che cosa è lecito, che cosa non si cancella.

01Il quadro

Che cosa significa «vetting», e da dove viene

Il Dipartimento di Stato lo dice con una frase che ripete in ogni comunicato dal 2025: «every visa adjudication is a national security decision». Il vetting è la parte del procedimento di visto che il richiedente non vede: i controlli sulle banche dati, l'incrocio delle impronte e della fotografia con gli archivi di sicurezza, la revisione dei precedenti consolari e, dal 2019, degli identificativi social dichiarati nel modulo; e dal 2025, per un numero crescente di categorie, la lettura diretta dei profili. Non è una novità nel principio: il § 222 dell'INA ha sempre imposto al richiedente di fornire le informazioni che il Dipartimento ritiene necessarie, e il § 214(b) ha sempre messo a suo carico la prova di essere ciò che dichiara. La novità è nell'oggetto e nella scala. Questa pagina spiega che cosa viene chiesto, che cosa viene guardato, che cosa è lecito, e che cosa un richiedente italiano deve aspettarsi; per il telefono alla frontiera rinvia alla pagina sui controlli di frontiera, che tratta le perquisizioni dei dispositivi e la loro base giuridica.

Una premessa serve a chi legge dall'Italia con la sensibilità europea per i dati personali: il richiedente di un visto americano non ha, davanti al consolato, la posizione che ha davanti a un'amministrazione italiana. È uno straniero che chiede un beneficio discrezionale a un governo sovrano, all'estero, e il diniego non è impugnabile davanti a un giudice, come la pagina sulle porte chiuse spiega. Le tutele esistono, e sono precise, ma sono quelle che il diritto americano concede, non quelle del regolamento europeo. Conviene conoscerle per quello che sono.

02Gli identificativi

I social nel DS-160, e per chi il profilo deve essere pubblico

Dal 2019 il DS-160 chiede gli identificativi usati negli ultimi cinque anni sulle principali piattaforme social, con un elenco a scelta multipla e la possibilità di aggiungerne altri; la domanda è obbligatoria, e la risposta «nessuno» è una dichiarazione come le altre, con le conseguenze che la pagina sulla misrepresentation descrive quando è falsa. L'ESTA ha un campo analogo, facoltativo. Fin qui si tratta di dichiarare: il richiedente dice quali profili ha, e il governo li può consultare come chiunque, nei limiti di ciò che è pubblico.

Il passo successivo è del 2025 e del 2026, e cambia la natura del controllo. Il Dipartimento di Stato ha introdotto per i richiedenti di visto F, M e J, cioè studenti e exchange visitor, una revisione della presenza online, chiedendo loro di rendere pubblici i profili; l'ha estesa ai richiedenti H-1B e ai loro familiari H-4; e con un avviso aggiornato il 25 marzo 2026 l'ha estesa, dal 30 marzo 2026, a un elenco ulteriore di categorie: A-3, C-3 se lavoratore domestico, G-5, H-3 e i loro H-4, K-1, K-2, K-3, Q, R-1, R-2, S, T e U. Il testo dell'avviso è esplicito su ciò che si chiede: tutti i richiedenti di quelle categorie «are instructed to adjust the privacy settings on all of their social media profiles to "public" or "open"», per consentire la verifica; e sulla ragione: identificare chi è inammissibile, chi rappresenta una minaccia, e verificare che ogni richiedente «credibly establish their eligibility for the visa sought». Per i cittadini italiani le categorie che contano sono lo studente, il ricercatore in scambio, il lavoratore H-1B con la famiglia, il fidanzato K-1 e il religioso R-1: chi chiede uno di questi visti oggi si presenta al colloquio con i profili aperti, e con la consapevolezza che verranno letti.

Il turista, il visitatore d'affari e chi entra con l'ESTA non sono, alla data in cui scrivo, nell'elenco della revisione obbligatoria della presenza online. Non significa che i loro profili non vengano guardati: significa che non è loro richiesto di aprirli. La distinzione è reale ma va presa per quello che vale, perché l'elenco è cresciuto tre volte in un anno e il Dipartimento lo aggiorna con un avviso sul proprio sito, non con una norma.

03Che cosa viene letto

Coerenza, ostilità, e il criterio che non è scritto

Il Dipartimento non pubblica i criteri con cui i profili vengono valutati, e sarebbe imprudente inventarli. Ciò che si può dire con certezza discende dalla legge. Il primo uso è la coerenza: il profilo che contraddice il modulo. Il lavoro dichiarato nel DS-160 e la qualifica su LinkedIn, lo stato civile e le fotografie, il datore di lavoro italiano e la sede americana da cui si pubblica da mesi, il turista con l'annuncio di lavoro, lo studente con l'attività commerciale: sono le contraddizioni che il console poteva già cercare, e che ora cerca con un mandato esplicito. Il secondo uso è quello che l'avviso chiama minaccia alla sicurezza nazionale o pubblica, e che si collega ai motivi di inammissibilità del § 212(a)(3), i motivi di sicurezza e di terrorismo: l'espressione di sostegno a organizzazioni designate, la violenza, l'incitamento. Tra i due sta la zona che preoccupa di più chi mi scrive: l'opinione politica, la critica al governo americano, la satira. La legge non rende inammissibile chi critica; la discrezionalità del console nel valutare la credibilità dello scopo del viaggio e l'intenzione di rispettare le condizioni del visto, sì, è ampia, e il § 214(b) la protegge dalla revisione giudiziaria. Non do a nessuno il consiglio di cancellare ciò che pensa. Do a tutti quello di sapere che verrà letto, e di leggerlo prima con gli occhi di chi deve decidere se il viaggio dichiarato è credibile.

Una regola pratica, che vale più di ogni analisi: non si cancella, non si ripulisce, non si crea un profilo nuovo per il colloquio. Un profilo svuotato il mese prima della domanda è più sospetto di un profilo normale, gli archivi delle piattaforme e i servizi che conservano copie delle pagine rendono la cancellazione inutile, e la risposta «nessun profilo» a chi ne ha uno è una misrepresentation. La presenza online si dichiara com'è; se contiene qualcosa che contraddice la domanda, la domanda va rivista, non il profilo.

04Le tutele

Il § 222(f): il fascicolo è segreto, ma non per il richiedente contro il consolato

La legge americana protegge i fascicoli di visto in un modo che sorprende: li protegge dal richiedente. Il § 222(f) dell'INA dispone che le registrazioni relative al rilascio o al rifiuto dei visti «shall be considered confidential and shall be used only for the formulation, amendment, administration, or enforcement of the immigration, nationality, and other laws of the United States» (8 U.S.C. § 1202(f)). Il fascicolo non può essere divulgato a terzi, non finisce in un archivio pubblico, e non è, di regola, accessibile nemmeno all'interessato: la richiesta FOIA che la pagina dedicata descrive restituisce del diniego consolare poco più di quanto la lettera di rifiuto già diceva. La riservatezza tutela il sistema, non chi ci passa attraverso. Questo ha una conseguenza sul vetting online: ciò che il console ha letto, e come lo ha valutato, non lo si saprà. Il diniego arriverà con la formula del § 214(b) o del § 221(g), e la ragione vera, se sta in un profilo, resterà nel fascicolo.

Le tutele che esistono sono di altro tipo. Il richiedente non può essere obbligato a consegnare le credenziali di accesso ai profili: la richiesta è di renderli pubblici, non di aprirli al funzionario dall'interno, e la differenza conta. Il console non può fondare un diniego su un motivo di inammissibilità inesistente: la critica politica non è un motivo del § 212(a), e un diniego che la citasse come tale sarebbe illegittimo, per quanto difficile da contestare. E resta la regola di tutto il sistema: il richiedente ha diritto a sapere sotto quale norma è stato rifiutato, e da quella norma si ricava che cosa fare dopo, come la pagina sui dinieghi di visto spiega confrontando i due sistemi.

05Dopo il visto

Il valico, il telefono, e il controllo che continua

Il vetting non finisce con il rilascio. L'ESTA e il visto sono autorizzazioni a presentarsi al valico, non ad entrare, e al valico l'ufficiale del CBP può fare ciò che il console non ha fatto: prendere in mano il dispositivo. La pagina sui controlli di frontiera descrive la basic search, senza sospetto, e la advanced search, con sospetto ragionevole, previste dalla direttiva del CBP, e la giurisprudenza che le ha confermate; qui basta ricordare che il visitatore che rifiuta di sbloccare il telefono può vedersi negare l'ingresso, che la modalità aereo protegge i dati remoti ma non quelli nel dispositivo, e che i messaggi contano quanto i post: la chat con il datore di lavoro americano, la conversazione sul matrimonio da celebrare «appena arrivo», l'annuncio dell'appartamento in affitto per un anno sono state, in casi che ho seguito, la ragione del rifiuto al valico più spesso dei profili pubblici.

E il controllo continua dopo l'ingresso, in una forma che il richiedente non vede: il visto può essere revocato a posteriori, senza udienza e senza revisione giudiziaria, come la pagina sulla revoca del visto spiega per il caso della guida in stato di ebbrezza, e nulla vieta al Dipartimento di revocare per ciò che emerge online dopo il rilascio. Chi ha un visto americano in tasca e pubblica dalla sede americana della propria azienda ciò che nel DS-160 non c'era, lo fa davanti a un lettore che può cancellare il visto con un'e-mail.

Il fascicolo di visto è segreto per tutti tranne che per chi decide. Il profilo social è pubblico per tutti, e ora anche per chi decide. Conviene che i due raccontino la stessa storia.