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Visa integrity fee e visa bond

Una tassa sul visto restituibile a chi rispetta le regole, e una cauzione da dieci a ventimila dollari per chi viene da un Paese sospetto. Come funzionano, chi le paga, e perché il cittadino italiano incontra la prima e non la seconda.

01Il quadro

Due strumenti nuovi, due logiche diverse

Nel 2025 il sistema americano dei visti ha acquisito due strumenti che prima non aveva, o che aveva e non usava. Il primo è una tassa: la visa integrity fee, scritta dal Congresso nella legge di bilancio del luglio 2025, a carico di chiunque ottenga un visto non immigrante, restituibile a chi rispetta le condizioni del visto. Il secondo è una cauzione: il visa bond, che la legge autorizzava dal 1952 e che il Dipartimento di Stato ha sperimentato per un anno e reso permanente nell'agosto 2026, a carico dei richiedenti di visto B-1/B-2 provenienti da un elenco di Paesi. Hanno in comune l'idea, cioè far pagare in anticipo il rischio dell'overstay, e quasi nient'altro: la tassa è generale e automatica, la cauzione è mirata e discrezionale; la tassa la riscuote il Dipartimento della sicurezza interna, la cauzione la impone il console. Questa pagina spiega il meccanismo di ciascuno, chi paga, e che cosa cambia per un cittadino italiano; le cifre le indica come stanno nelle fonti e rinvia alle fonti per il loro aggiornamento, perché entrambe sono indicizzate e cambiano per legge.

02La tassa

La visa integrity fee: che cosa dice la legge

La norma è la sezione 100007 del Public Law 119-21, ora codificata come 8 U.S.C. § 1806. Il testo è breve e vale la pena di seguirlo. «In addition to any other fee authorized by law, the Secretary of Homeland Security shall require the payment of a fee, equal to the amount specified in this subsection, by any alien issued a nonimmigrant visa at the time of such issuance»: la tassa è dovuta da chiunque riceva un visto non immigrante, di qualunque categoria, al momento del rilascio, in aggiunta alla tariffa consolare ordinaria. L'importo iniziale, per l'anno fiscale 2025, è «the greater of $250» o l'importo maggiore che il Dipartimento fissi con regolamento; dall'anno fiscale 2026 in poi si adegua ogni anno all'inflazione, con arrotondamento al dollaro inferiore. «Fees required to be paid under this subsection shall not be waived or reduced»: nessuna esenzione e nessuna riduzione, per nessuno. Il gettito va al fondo generale del Tesoro, non alla copertura dei costi del servizio, e questo dice molto sulla natura dello strumento: non è una tariffa, è un'imposta sul visto.

La parte interessante è il rimborso, perché la legge lo costruisce come un incentivo. Il Dipartimento «may provide a reimbursement» dopo la scadenza del periodo di validità del visto a chi dimostri due cose: di aver rispettato tutte le condizioni del visto, «including the condition that an alien shall not accept unauthorized employment», e, alternativamente, di non aver chiesto proroghe ed essere partito «not later than 5 days after the last day» del periodo di ammissione, oppure di aver ottenuto durante la validità una proroga di status, un cambio di status o l'adjustment a residente permanente. Il verbo è «may»: il rimborso è una facoltà, non un diritto, e la legge non fissa né la procedura né i tempi. Una cauzione mascherata da tassa, insomma: si paga all'ingresso e si spera di riavere alla fine, se si è stati in regola e se il Dipartimento avrà costruito un modo per chiederlo.

Sull'attuazione devo essere preciso, perché è il punto su cui circola più confusione. Alla data in cui scrivo, il Federal Register non contiene una norma o un avviso che fissi la data, il modo e il canale di riscossione della visa integrity fee, né un regolamento sul rimborso; la legge è in vigore, la sua applicazione concreta dipende da atti amministrativi che vanno verificati sui siti del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della sicurezza interna il giorno in cui si fa domanda. La stessa legge ha invece prodotto effetti già operativi su altre voci: la tariffa dell'ESTA, salita a quaranta dollari dal 30 settembre 2025, e la tariffa del modulo I-94, che la sezione 100008 fissa a ventiquattro dollari, anch'essa indicizzata. La pagina sull'ESTA e quella su visto, I-94 e status ne tengono conto.

03Chi paga

La tassa e gli italiani: chi chiede il visto sì, chi entra con l'ESTA no

La visa integrity fee colpisce chi riceve un visto non immigrante. Il cittadino italiano che entra con l'ESTA non riceve un visto, e quindi non la paga; paga la tariffa dell'ESTA e, se arriva via terra, quella dell'I-94. La paga invece chiunque chieda un visto: lo studente F-1, il ricercatore J-1, il lavoratore H-1B o L-1, l'investitore E-2, il fidanzato K-1, e il turista che chiede un B-2 perché non può o non vuole usare il Visa Waiver. Per le famiglie il conto si moltiplica, perché ogni visto rilasciato genera la propria tassa: un dirigente in L-1A con il coniuge e due figli in L-2 paga quattro volte. Per le aziende che trasferiscono personale è una voce di costo nuova, non rimborsabile in anticipo e recuperabile, forse, alla fine del soggiorno, con una procedura che ancora non esiste; e non è chiaro se il rimborso spetti al lavoratore o al datore che ha anticipato la somma, perché la legge parla solo di «an alien».

C'è un effetto secondario che vale la pena di notare per chi, come molti italiani, avrebbe motivo di preferire il visto B all'ESTA per le ragioni che la pagina sulla rinuncia § 217(b) spiega: il visto B, che restituisce il diritto a un giudice e la possibilità di proroga, costa ora la tariffa consolare più la visa integrity fee, e la seconda si recupera solo a fine validità, cioè, per un visto decennale, dopo dieci anni. La scelta resta sensata per chi ne ha bisogno; è meno gratuita di prima.

04La cauzione

Il visa bond: dal pilota del 2025 al programma permanente

La cauzione ha una base più antica. Il § 221(g)(3) dell'INA consente da sempre al console di richiedere una cauzione «to insure that at the expiration of the time for which such alien has been admitted [...] or upon failure to maintain the status under which [the alien] was admitted [...] such alien will depart from the United States» (8 U.S.C. § 1201(g)(3)). Per settant'anni il Dipartimento di Stato ha scoraggiato i propri consoli dall'usarla: il Foreign Affairs Manual, come il Dipartimento stesso ricorda nell'atto istitutivo del programma pilota, diceva che le cauzioni «should rarely be used» perché la loro gestione è farraginosa. Il 5 agosto 2025 il Dipartimento ha cambiato idea con una temporary final rule (90 Fed. Reg. 37378), in vigore dal 20 agosto 2025, che ha avviato un programma pilota di dodici mesi con cauzioni fino a quindicimila dollari per i richiedenti B-1/B-2 di Paesi con alti tassi di overstay, scambio di informazioni insufficiente o cittadinanza in vendita; e il 3 agosto 2026, con una final rule (91 Fed. Reg. 48757), lo ha reso permanente, modificando il 22 C.F.R. § 41.11(c).

Il meccanismo, nel regolamento definitivo, funziona così. La cauzione riguarda solo i visti B-1/B-2, e solo i cittadini dei Paesi che il Dipartimento indica sul proprio sito, con quindici giorni di preavviso per le aggiunte ed effetto immediato per le cancellazioni; i criteri sono «high overstay rates, deficient information sharing, insufficient identity verification and criminal records», e la debolezza dei controlli e dei documenti, «including in the granting of citizenship». Il console fissa l'importo a diecimila, quindicimila o ventimila dollari, secondo la propria valutazione di ciò che basta a garantire il rientro; il massimo si adegua all'inflazione dal 2027 ogni sette anni. Il visto rilasciato con cauzione vale per uno o più ingressi entro un periodo da tre a dodici mesi, non i dieci anni del visto ordinario. Il richiedente non può chiedere l'esonero: la facoltà di esonerare, per una persona, un Paese o una categoria, spetta al Sottosegretario per gli affari consolari, su eventuale segnalazione del console, «where the consular officer has reason to believe the waiver would advance a national or humanitarian interest», e «there will be no procedure for visa applicants to apply for a waiver».

La cauzione si versa dopo che il console l'ha richiesta, sulla piattaforma di pagamento del Tesoro, con il modulo I-352 delle cauzioni d'immigrazione del Dipartimento della sicurezza interna, e viene amministrata secondo le regole di quest'ultimo. Viene cancellata, con restituzione della somma, quando il visto scade o viene annullato e il titolare non è negli Stati Uniti, o quando il titolare parte dopo la scadenza avendo rispettato le condizioni; chi ha chiesto in tempo una proroga o un cambio di status, e li ha ottenuti, non è in violazione purché rispetti le condizioni del nuovo status. Viene incamerata in caso di «substantial violation» delle condizioni: restare oltre il periodo, lavorare senza autorizzazione, e, condizione specifica del programma, entrare o uscire da un valico diverso da quelli consentiti, perché il titolare di un visto con cauzione «must enter and depart the United States through commercial airports of entry», o attraverso le sedi di preclearance, mai via terra, via mare o con voli privati. Un ingresso da Tijuana o da un porto crocieristico è, per chi ha versato la cauzione, un modo per perderla.

05Gli italiani

Chi è nell'elenco, e perché l'Italia non c'è

L'elenco dei Paesi soggetti a cauzione, nella versione aggiornata al 13 maggio 2026 sul sito del Dipartimento di Stato, conta una cinquantina di Stati, quasi tutti africani, dell'Asia centrale e meridionale, del Pacifico e dei Caraibi, con alcune aggiunte latinoamericane; l'Italia non c'è, e non c'è nessun Paese aderente al Visa Waiver Program. Non potrebbe esserci, del resto: i criteri del programma, tasso di overstay, scambio di informazioni, sicurezza dei documenti, sono gli stessi che il § 217(c) richiede a un Paese per entrare nel Visa Waiver, e un Paese che li soddisfa non rientra nei criteri della cauzione. Il cittadino italiano che chiede un visto B non incontra il visa bond.

Lo incontra, in due situazioni che vedo con qualche frequenza, chi ha una seconda cittadinanza. La cauzione si applica a «any citizen or national traveling on a passport issued by one of these countries», secondo la formula del Dipartimento: chi chiede il visto con il passaporto italiano non è soggetto alla cauzione, anche se ha anche la cittadinanza di un Paese elencato; chi lo chiede con l'altro passaporto lo è. E la incontra il familiare non italiano dell'italiano: il coniuge o il genitore con la sola cittadinanza di un Paese elencato, che vuole venire in visita, deve chiedere un visto B con cauzione, per un periodo breve, con l'obbligo di entrare da un aeroporto commerciale. Per quel familiare la cauzione non è la parte peggiore: la parte peggiore è che il visto con cauzione vale mesi e non anni, e che ogni visita richiede una nuova domanda.

La tassa la paga chi chiede un visto, e la riavrà forse. La cauzione la paga chi viene da un Paese sospetto, e la riavrà se parte. L'italiano con il passaporto italiano paga la prima e non la seconda; l'ESTA, per ora, non paga nessuna delle due.